La menta ed il tè

Un altra cosa che cerco di non farmi mai mancare a casa  (oltre al tè) è un vasetto con una piantina di menta.

E’ stato un approccio un pò particolare per il mio gusto ma sicuramente anche mlto piacevole.  Ricordo il cuoco, in un ristorante dove lavorai, che d’estate per sopportare le temperature della cucina e dissetarsi per bene preparava delle belle bottiglione di infuso di limone, menta e zucchero che ci dava energia a volonta.

Un giorno, al posto del solito infuso, fece lo stesso con un tè nero che si riportò dal Marocco (mi son scordato di dirvi che è di origine marocchina). Mise a bollire l’acqua dove buttò ad infondere il tè  (una sorta di gunpowder, credo, perchè era un tè a palline nere piccolissime) e delle foglie di menta, poi lo lascio li qualche minuto. Infine, filtrato in una bottiglia di vetro, ci mise dentro un paio di rametti di menta e lo lasciò li a raffreddare.

 

 

E’ stata una cosa buonissima, davvero dissetante e anche col limone non era niente male… con le temperature in cucina non potevo chieder di meglio… tanto che subito dopo mi regalo’ una busta di quel tè e un vasetto in cui aveva trapiantato la menta di casa sua (che ancora conservo stretta perchè emana un odore fortissimo rispetto a quelle che si trovano spesso)…

Da lì ecco che d’estate (e qualche volta, anche se di rado, d’inverno) mi preparo delle belle tazze col tè nero dell’occasione e la mentina che tengo sul balconcino. Buonissimo anche caldo ma se il tempo c’è me ne preparo anche un po di più che metto da parte e bevo con calma.

Che dire, ve lo consiglio assolutamente soprattutto se vivete nelle grandi città dove l’afa d’estate diventa molto pesante…..

Introduciamoci: Parte Prima

Il tè, seconda bevanda del mondo dopo l’acqua, è oggigiorno ubiquamente presente nei mercati sotto migliaia di diverse etichette e varietà. Se non ne avete mai avuto modo di approfondire questo argomento, potreste trovare piacere nell’averne una breve, per quanto scritta da un neofita qual io sono, introduzione.

Se doveste pensare alle tipologie di tipi di tè esistenti, probabilmente vi rifareste a quanto dettato dall’esperienze passate di bustine Twinings e Eraclea presi al bar con nomi esotici e probabilmente direste “tè alla vaniglia, al limone, al cioccolato, al ginseng”. I più smaliziati e quelli che più si sono fidati dei prodighi consigli di erboristi di zona e vicine alchimiste probabilmente direbbero “il tè nero e il tè verde, che fa tanto bene per la circolazione e rende immortali”.
La verità è che i famosi “tè alla vaniglia” e “tè al cioccolato” altri non sono che polvere di tè riempiti  di aromi industriali responsabili dei sapori finali, la polvere invece si occupa della colorazione dell’acqua. Un pallido riflesso violentato di quello che il tè ha come sua sapore (e odore) potenziale. E purtroppo, acquistare tè in fama di essere “pregiati”, come quelli Twinings, non aiuta visto che di pregiato non hanno assolutamente nulla.
Il consiglio che mi sento di darvi è, se la vostra conoscenza è scarna e possibilmente erronea, di seguirmi in questo breve excursus e perdonatemene facilonerie ed errori di esposizione.

Continue reading Introduciamoci: Parte Prima

Chai… Masala Chai… Chai…

La seguente è una edizione riveduta di una delle mie memorie di viaggio indiane presenti sul mio blog


Uno degli errori nei quali mi ero autoindotto prima della mia partenza per l’India riguardava il tè.
Ahimè ero STRASICURO che nella terra che ne produce il 70% del mondo, ci fosse una cultura sviluppatissima in tal senso, con chissà quali istrumenti e varietà sconosciute all’exterieur.
Ne ero così certo che non mi sono portato neanche parte della collezione dei miei amati tè pensando di trovarne a quintalate in questa entusiasmante terra di Masala, cadaveri e mucche che non vengono fatte a cadaveri. Ed è così che senza oolong al gelsomino, neri alla rosa, verdi marocchini alla menta, lapsang souchong ed earl grey (e persino senza infusori) mi sono avventurato senza arte né parte nel subcontinente.

Mai errore fu più rimpianto.
Avevo avuto qualche sentore premonitore quando lessi che il tè in India come abitudine era stato introdotto dagli inglesi che volevano smerciare le più basse qualità, ma nonostante tutto avevo deciso di fidarmi e di viaggiare a carico leggero nella terra della Regina delle Colline. Appena arrivato mi fu subito offerto di bere del chai. O meglio il garam masala chai, il tè speziato. Mentre lo sorseggiavo, cominciati a rendermi conto che questo sarebbe stato l’unico tipo di tè che avrei mai bevuto durante il mio soggiorno. Sapevo che in India si beveva tantissimo tè. Ignoravo che in India si trova SOLO chai. Entrando nei (o meglio “nell’unico”, a onor di cronaca, qui non se ne trovano tanti) supermercati la situazione divenne ancora più chiara e tragica. Solo grandi, enormi pacchi di kili di tea dust, la polvere industriale di foglie, l’ultima qualità del prodotto della Camelia Sinensis.

Certamente, il chai non è un tè odioso. E’ bevutissimo, è fatto in modo diverso in ogni zona dell’India, variando rapporti e tipi di spezie, e fornisce al corpo una piccola percentuale di latte strabollito e quindi igienico, che male non fa. Ma il problema è che stufa molto velocemente. O almeno mi ha stufato parecchio velocemente. In Tunisia ho bevuto solo ed esclusivamente (a parte un po’ di genmaicha che mi ero portato) il caratteristico tè alla menta, e ne avevo pure sviluppato un certo gusto, che accompagnavo alle generose boccate di fumo aromatizzato alla mela delle shishe serale. Col chai non è così semplice.
Il problema è che il tè indiano è perfettamente indiano, ne rappresenta fedelmente l’anima ed i gusti.
E’ un tè che è semplicemente TROPPO!
E’ un tè bollito a lungo, tanto, troppo, come in un samovar, per strada e zuccherato pesantemente, con del latte (in polvere o meno) versato con abbondanza, e con tante spezie che coprono il sapore completamente. E’ un tè pesante, che si beve infatti in bicchierini piccolissimi, specialmente per me abituato a buttare giù oolong leggeri in megatazze da mezzo litro. L’unica variazione che ho conosciuto è stata quando dopo tante ricerche sono riuscito a trovare, a Delhi, mica chissà dove, un negozio da cui comprare del Darjeeling in foglie. Senza ovviamente avere la grazia di sapere se si tratti di first flush, second flush o altro, e vabbè, o di che qualità si trattasse.
Ma il chai, pur pesante e noioso, è un tè “vero”, amatissimo dalla gente, che lo beve in quantità considerevole spendendo circa 5 rupie per berlo per strada, 4 se nel treno fermi uno delle migliaia di chaiwala che camminano cantilenando “chai… garama chai…” con i loro termos di latta che altalenano in mano per tutta la giornata.
La loro voce che ripete sino allo sfinimento quelle parole è qualcosa che si è impressa permanentemente nella mia mente, come simbolo delle mie esperienze ferroviarie, aiutate dal fatto che spesso furono udite nella dormiveglia agli orari più improbabili. Vero è che per il tè è sempre ora.
Come ho detto, ogni zona lo prepara in modo diverso (a Delhi è più un misto, ma nel Sikkim ho notato la predominanza del cardamomo ad esempio) ma c’è comunque  da  notare una importantissima eccezione.
Nel Darjeeling, nella Regina delle Colline, dove viene prodotto il tè migliore di tutta l’India, lì anche il povero contadino ed il wala, quando si tratta di bere, si beano di tazze di puro Darjeeling (ovviamente). E vi assicuro che dopo due mesi in India, la vista di indiani che bevevano tè “liscio” mi ha lasciato alquanto sconcertato.
(Ed infatti erano nepalesi).

presentazione – andi

Ed eccomi qui anch’io, che sorseggiando un buon oolong del Darjeeling (preso dal buon Giepi durante la sua “scampagnata”) mentre scrivo le mie prime frasi su Teinomani…

Anche il mio approccio è nato in sincronia alle vicende di Morgan e Gempo e da qui è nata la mia/nostra grande passione per queste tenere foglioline che, una volta riscaldate con le giuste premure, regalano pause e momenti ormai immancabili alle nostre routine.

Anche la mia infanzia, come credo per la maggioranza, passò tra una tazza di ati o star, che disprezzavo un po’ perchè amarissimo (forse i tempi di infusione che ignoravo completamente), e una di lipton che pian piano si è insinuato facendo scomparire gli altri concorrenti.. Naturalmente non mancava la camomilla che sostituiva il tè se era gia sera.

 

E così passarono gli anni finché con Morgan non andammo in Irlanda e, come da tradizione, ecco che a lavoro si bevevano fiumi di tè (arrivavo anche a 7-8 tazze al giorno…) imparando anche quanto fosse buono col latte invece che col limone 😛

Ricordo con piacere anche il modo con cui ci fregava il cuoco per farcelo preparare a noi, tra cui un bellissimo indovinello:  lui  “What’s the letter between ‘s’ and ‘u’? – io “t?” – lui “yes please.. one sugar one milk!”

Ed io amareggiato dall’inganno andavo a prepararne per tutti 😛

E continuo’ cosi la scalata iniziata con l’earl grey di Marks & Spenser, che tutt’ora è uno dei miei preferiti (apprezzato in pieno anche puro ^^),  scoperto da Morgan in un libro. Passammo poi al gunpowder (che invece all’inizio non mi ispirava molto soprattutto per il passaggio al “puro”) e agli oolong che rappresentano la mia seconda preferenza dopo l’earl grey.

Venendo poi nella capitale le nostre esperienze non fecero che incrementare grazie alla facilità di reperire tè dei piu disparati. Conoscemmo Gempo e, insieme a lui, anche il piacere del tè in compagnia rivelandosi uno dei momenti piu piacevoli del tè soprattutto quando vengono a trovarci delle persone.