presentazione – andi

Ed eccomi qui anch’io, che sorseggiando un buon oolong del Darjeeling (preso dal buon Giepi durante la sua “scampagnata”) mentre scrivo le mie prime frasi su Teinomani…

Anche il mio approccio è nato in sincronia alle vicende di Morgan e Gempo e da qui è nata la mia/nostra grande passione per queste tenere foglioline che, una volta riscaldate con le giuste premure, regalano pause e momenti ormai immancabili alle nostre routine.

Anche la mia infanzia, come credo per la maggioranza, passò tra una tazza di ati o star, che disprezzavo un po’ perchè amarissimo (forse i tempi di infusione che ignoravo completamente), e una di lipton che pian piano si è insinuato facendo scomparire gli altri concorrenti.. Naturalmente non mancava la camomilla che sostituiva il tè se era gia sera.

 

E così passarono gli anni finché con Morgan non andammo in Irlanda e, come da tradizione, ecco che a lavoro si bevevano fiumi di tè (arrivavo anche a 7-8 tazze al giorno…) imparando anche quanto fosse buono col latte invece che col limone 😛

Ricordo con piacere anche il modo con cui ci fregava il cuoco per farcelo preparare a noi, tra cui un bellissimo indovinello:  lui  “What’s the letter between ‘s’ and ‘u’? – io “t?” – lui “yes please.. one sugar one milk!”

Ed io amareggiato dall’inganno andavo a prepararne per tutti 😛

E continuo’ cosi la scalata iniziata con l’earl grey di Marks & Spenser, che tutt’ora è uno dei miei preferiti (apprezzato in pieno anche puro ^^),  scoperto da Morgan in un libro. Passammo poi al gunpowder (che invece all’inizio non mi ispirava molto soprattutto per il passaggio al “puro”) e agli oolong che rappresentano la mia seconda preferenza dopo l’earl grey.

Venendo poi nella capitale le nostre esperienze non fecero che incrementare grazie alla facilità di reperire tè dei piu disparati. Conoscemmo Gempo e, insieme a lui, anche il piacere del tè in compagnia rivelandosi uno dei momenti piu piacevoli del tè soprattutto quando vengono a trovarci delle persone.

It’s my cup o’ tea

Da piccolo non bevevo il tè. Non perché non mi piacesse quell’intruglio di zucchero e TeAti, ma perché mi dimenticavo spesso della sua esistenza, infilato in quel piccolo scompartimento della cucina destinato alle cose che non si usano mai, come il bicarbonato e il pepe. Ricordo che ogni tanto, per cambiare la routine sempre identica dei pomeriggi, chiedevo che mi fosse preparato quando mi tornava all’ondivaga  mente di bambino la sua esistenza e che sorbivo, pieno di limone, guardando tassativamente Ranma su TMC nelle stesse tazzone enormi dove dopo tanti anni mi sono ritrovato a sorbire lentamente oolong al gelsomino e genmaicha.

Negli anni dell’adolescenza, a causa del mio odio per ogni cosa sia anche lontanamente frizzante, mi sono fatto conoscere come il ragazzo del tè freddo alla pesca (il mio preferito era quello San Benedetto… brr…), che bevevo in quantità industriali, specialmente d’estate come obbligato accompagnamento alle mie elaborate pizze. Ho ricominciato a bere tè caldo trasferendomi a Roma: lo studente che doveva vivere necessariamente economicamente e molto a casa si ricordò del bambino che guardava Ranma con una tazza fumante in mano. Fu così che incominciai a sperimentare ciofeche invereconde come il tè al limone di tale Sir Winston Tea e Twinings, con purissima acqua di rubinetto ad insaporire il tutto.

La svolta arrivò con l’arrivo del Buon Morgan dall’Irlanda, come mio coinquilino. In dote si portò dietro tanto tè nero, e mi innamorai subito dell’Earl Grey di Marks&Spencer, che infondevo prima col latte freddo e poi con l’acqua calda ritenendo che così il latte “prendesse il sapore” di bergamotto e che riempivo di zucchero. Ricordo che amai, anche se mi costò qualche tentativo, pure il White Tea della Whittard.

La prima collezione di tè miei e di MorganRaro scatto dei tè di morgan e giepi, maggio ’09. adesso ne abbiamo un po’ di più

A poco a poco cominciammo a sperimentare con il Gunpowder dei cinesi di Piazza Vittorio, nel quartiere orientale della capitale, e soprattutto facendo delle puntate ai vari Castroni, dove scoprivamo puntualmente nuove varietà. In poco tempo il tè smise di essere “alla vaniglia”, “al limone” o “ai frutti di bosco” e fui introdotto a verdi, oolong, bianchi, affumicati, pu-er ed anche ai tè più spuri, come il mio amatissimo Genmaicha col riso e di recente al kukicha.

Oramai il tè era diventata una passione tale che quando la mia università mi mandò a studiare per tre mesi a Nuova Delhi, colsi l’occasione per imbacarmi in un allucinante viaggio in solitaria sino alla fonte di grazia per i tè neri: il Darjeeling, dove passai una notte da una coglitrice di foglie di Camelia Sinensis e dal suo marito scalatore himalaiano professionista.

Tornando in Italia si è aggiunta l’amicale sperimentazione del Gong Fu Cha, la cerimonia cinese del tè che prepariamo con dei discreti PuEr donati da vari conoscenti di ritorno dalla Cina, rendendo il rito del tè da solitario momento di piacere a conversazioni leggere con Morgan, Andi e quanti ospiti riusciamo a far sedere attorno al tavolo di legno semplice della nostra cucina e che ha visto scorrere su di sé più litri di tè che acqua.

Presentazione – morgan

I miei primi ricordi per quanto riguarda il tè sono quelli col limone che mia mamma e mia nonna mi preparavano quando stavo male. Erano ovviamente sempre dei tè in bustina delle famigerate marche Teati, Star, Lipton… non ne andavo pazzo.
Credo che la prima svolta la ebbi mentre leggevo il libro “il salmone del dubbio” di Douglas Adams.  All’interno c’era un articolo su come fare la tazza di tè perfetta. Le istruzioni erano dettagliate, e Adams scriveva in un modo irresistibile. Volevo provarlo anche io, ma mi mancavano cose fondamentali, a partire dalla teiera, e soprattutto la materia prima: Adams consigliava assolutamente l’Earl Grey di Marks&Spencer. Dato che di Marks&Spencer non ce n’è nemmeno uno in Italia, non potevo fare niente.
Un’altra tappa fondamentale fu praticamente casuale: alla fine del 2006 un parente, di ritorno da un viaggio di lavoro in Inghilterra, portò in casa una scatola di tè bianco in bustina della Whittard of Chelsea. Me ne innamorai. Lo bevevo quasi tutti i giorni. Dopo un po’ mi decisi e ordinai altri tè Whittard dal loro sito internet. I tè erano: Altro tè bianco, del tè verde Sencha, Ceylon e Oolong. L’Oolong mi piacque particolarmente. Comprai una teiera e delle tazze. A quel tempo ero ancora abituato a bere il tè con lo zucchero. Sì, perfino il tè bianco. Fortuna che il tè era comunque quello di qualità commerciale della Whittard, per giunta in bustina… perciò lo spreco non fu troppo grave 🙂
Altra tappa del mio viaggio nel mondo del tè: una stagione di lavoro in Irlanda, insieme ad Andi. In Irlanda i Marks&Spencer ci sono, perciò riuscii ad acquistare il tanto agognato Earl Grey. Che dire, era buono! Preparato come il buon Douglas consigliava, scaldando bene la teiera, usando acqua BOLLENTE (e non “bollita”) con zucchero e con un goccio di latte (alla faccia di chi vuole sposarlo solo con il limone). Cominciai a sperimentare con le marche irlandesi di tè sfuso in foglie, comprando due miscele di Barry’s Tea (la Classic e la Green), con risultati alterni in quanto a gusto.
Più avanti, sempre in Irlanda, mi ritrovai con una coinquilina cinese, che, come ogni stereotipo di cinese, beveva sempre il tè. Il tè che beveva non l’avevo mai visto prima. Era un tè verde, arrotolato in piccole palline che con l’acqua calda si aprivano e rivelavano le foglie intere (mesi dopo scoprii il nome di questo “misterioso” tè… se non l’avete capito, era un semplicissimo gunpowder!). Un giorno le offrii di bere un po’ del mio oolong. Non vi dico la sua reazione quando mi vide versarci dentro dello zucchero… anzi, ve la dico: “WHAT ARE YOU DOING?!?” … Da quel momento, sotto la spinta di diventare un vero cinese, cominciai a bere il tè senza zucchero.
Col mio arrivo a Roma, ormai più di due anni fa, mi si è aperto un mondo. Roma è un ottimo posto per un teinomane, con diversi negozietti che vendono tè pregiati, e ogni tè nuovo assaggiato aggiunge sia esperienza sia voglia di provarne altri. Nel frattempo ho spulciato siti internet, letto libri e sperimentato un sacco con le infusioni. Ovviamente la compagnia di andi e giepi è stata essenziale: il piacere del tè raddoppia quando c’è qualcuno con cui condividere questo infuso profumato.
Basta, la presentazione vorrei farla finire qui. Anche se mi sembra di aver scritto tanto, mi rendo conto che quello che ho scritto non è altro che un “pronti, via!” all’esplorazione del mondo del tè. Centinaia di tazze sono state bevute, altre migliaia ne verranno. Spero che in questo blog troverete buona compagnia.

Cos’è teinomani

Teinomani è un blog sul tè, scritto da tre coinquilini (andi, Giepi, morgan) che da qualche anno stanno esplorando questo mondo a colpi di infusioni e teiere.

Il nome
Quando stavamo pensando a che nome dare al blog, Giepi ha avuto un piccolo colpo di genio (forse il primo della sua vita) suggerendo che “teinomani”, oltre che essere una parola italiana, suona anche un po’ giapponese. Morgan (che studia giapponese) si è trovato d’accordo e si è messo a spulciare dizionari per retro-attribuire un significato giapponese a questa parola.  Fondamentalmente possiamo scomporla in “tei no ma ni” e vorrebbe dire “nel ma del tei“… ci rimaneva da trovare dei vocaboli adatti che si leggessero tei e ma, e saremmo stati a cavallo.
Alla fine la scelta è caduta su 艇 tei che vuol dire barca, barchetta; e 間 ma pausa, intervallo (間, tra l’altro, viene più comunemente letto aida).
Massimo Raveri, nel suo libro “Itinerari nel sacro – l’esperienza religiosa giapponese” dedica un paragrafo al concetto di ma:

Ma 間 è uno spazio libero fra più cose, è un intervallo neutro fra più avvenimenti. È un vuoto che separa e che contemporaneamente unisce per le implicazioni di immagini, di gesti, di parole e di suoni che sottintende. È una lettura fra le righe. È un nulla percepito come una virtualità creativa per l’immaginazione. In un quadro, sono le nebbie con cui il pittore vela i dettagli di un paesaggio per lasciare a chi guarda la libertà di inventarne altri, sempre nuovi e diversi. Nella musica tradizionale, importante quanto le note è la pausa che le separa e che evoca risonanze. […] In un discorso fra amici cari, ma è il tempo del silenzio, ma anche di una più intima intesa, di una completa comunicazione; è l’intraducibile sensazione di essere all’unisono. In questa tradizione culturale, la meditazione del monaco zen si svolge davanti a un muro spoglio, perché il fissare pacatamente il vuoto lo aiuti a riprodurre in sé l’annullamento del pensiero e predisponga la sua mente ad intuire l’improvvisa pienezza del significato dell’illuminazione.

Quindi Teinomani vuol dire “[al]la pausa della barchetta”, lavorando con la fantasia, possiamo accostare questa immagine al mondo del tè che stiamo esplorando, e a questo blog. Teinomani è uno spazio libero tra più cose, un intervallo neutro tra più avvenimenti in cui noi (talvolta in compagnia) saltiamo a bordo della nostra barchetta ed esploriamo fiumi, laghi, fiordi, mari di tè.

A parte le pippe poetiche, cercheremo di condividere quello che abbiamo imparato in questo paio d’anni, e fare lo stesso con le cose che impareremo mano a mano che andiamo avanti col blog. Speriamo di trovare altri teinomani disposti a condividere, consigliarci e imparare insieme a noi. Non abbiate paura a commentare!