Chai… Masala Chai… Chai…

La seguente è una edizione riveduta di una delle mie memorie di viaggio indiane presenti sul mio blog


Uno degli errori nei quali mi ero autoindotto prima della mia partenza per l’India riguardava il tè.
Ahimè ero STRASICURO che nella terra che ne produce il 70% del mondo, ci fosse una cultura sviluppatissima in tal senso, con chissà quali istrumenti e varietà sconosciute all’exterieur.
Ne ero così certo che non mi sono portato neanche parte della collezione dei miei amati tè pensando di trovarne a quintalate in questa entusiasmante terra di Masala, cadaveri e mucche che non vengono fatte a cadaveri. Ed è così che senza oolong al gelsomino, neri alla rosa, verdi marocchini alla menta, lapsang souchong ed earl grey (e persino senza infusori) mi sono avventurato senza arte né parte nel subcontinente.

Mai errore fu più rimpianto.
Avevo avuto qualche sentore premonitore quando lessi che il tè in India come abitudine era stato introdotto dagli inglesi che volevano smerciare le più basse qualità, ma nonostante tutto avevo deciso di fidarmi e di viaggiare a carico leggero nella terra della Regina delle Colline. Appena arrivato mi fu subito offerto di bere del chai. O meglio il garam masala chai, il tè speziato. Mentre lo sorseggiavo, cominciati a rendermi conto che questo sarebbe stato l’unico tipo di tè che avrei mai bevuto durante il mio soggiorno. Sapevo che in India si beveva tantissimo tè. Ignoravo che in India si trova SOLO chai. Entrando nei (o meglio “nell’unico”, a onor di cronaca, qui non se ne trovano tanti) supermercati la situazione divenne ancora più chiara e tragica. Solo grandi, enormi pacchi di kili di tea dust, la polvere industriale di foglie, l’ultima qualità del prodotto della Camelia Sinensis.

Certamente, il chai non è un tè odioso. E’ bevutissimo, è fatto in modo diverso in ogni zona dell’India, variando rapporti e tipi di spezie, e fornisce al corpo una piccola percentuale di latte strabollito e quindi igienico, che male non fa. Ma il problema è che stufa molto velocemente. O almeno mi ha stufato parecchio velocemente. In Tunisia ho bevuto solo ed esclusivamente (a parte un po’ di genmaicha che mi ero portato) il caratteristico tè alla menta, e ne avevo pure sviluppato un certo gusto, che accompagnavo alle generose boccate di fumo aromatizzato alla mela delle shishe serale. Col chai non è così semplice.
Il problema è che il tè indiano è perfettamente indiano, ne rappresenta fedelmente l’anima ed i gusti.
E’ un tè che è semplicemente TROPPO!
E’ un tè bollito a lungo, tanto, troppo, come in un samovar, per strada e zuccherato pesantemente, con del latte (in polvere o meno) versato con abbondanza, e con tante spezie che coprono il sapore completamente. E’ un tè pesante, che si beve infatti in bicchierini piccolissimi, specialmente per me abituato a buttare giù oolong leggeri in megatazze da mezzo litro. L’unica variazione che ho conosciuto è stata quando dopo tante ricerche sono riuscito a trovare, a Delhi, mica chissà dove, un negozio da cui comprare del Darjeeling in foglie. Senza ovviamente avere la grazia di sapere se si tratti di first flush, second flush o altro, e vabbè, o di che qualità si trattasse.
Ma il chai, pur pesante e noioso, è un tè “vero”, amatissimo dalla gente, che lo beve in quantità considerevole spendendo circa 5 rupie per berlo per strada, 4 se nel treno fermi uno delle migliaia di chaiwala che camminano cantilenando “chai… garama chai…” con i loro termos di latta che altalenano in mano per tutta la giornata.
La loro voce che ripete sino allo sfinimento quelle parole è qualcosa che si è impressa permanentemente nella mia mente, come simbolo delle mie esperienze ferroviarie, aiutate dal fatto che spesso furono udite nella dormiveglia agli orari più improbabili. Vero è che per il tè è sempre ora.
Come ho detto, ogni zona lo prepara in modo diverso (a Delhi è più un misto, ma nel Sikkim ho notato la predominanza del cardamomo ad esempio) ma c’è comunque  da  notare una importantissima eccezione.
Nel Darjeeling, nella Regina delle Colline, dove viene prodotto il tè migliore di tutta l’India, lì anche il povero contadino ed il wala, quando si tratta di bere, si beano di tazze di puro Darjeeling (ovviamente). E vi assicuro che dopo due mesi in India, la vista di indiani che bevevano tè “liscio” mi ha lasciato alquanto sconcertato.
(Ed infatti erano nepalesi).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *