La pausa della barchetta

Non so se qualcuno possa aver notato l’assenza di nuovi articoli nell’ultimo periodo ed infatti mi trovo qui a scusarmi con chiunque stia leggendo e non nascondo che faccio ciò con rimorso per le numerose idee che abbiam in mente di buttar giu…

Comunque non stiamo andando in pausa (anche perchè farlo cosi all’inizio sarebbe un suicidio..) questo articolo è solo per far sapere che non siamo morti ma in realtà Morgan e Gempo sono sotto esami mentre io son sommerso di lavoro in questo momento..

Per tener su comunque un po gli aggiornamenti (abbiamo lavori abbozzati che dobbiam solo riguardare e terminare) nell’attesa che completiamo articoli un po piu complessi e argomentativi volevo dar inizio all’angolo “Curiosità” dove di volta in volta postero’ accenni interessanti che riguardano un po il mondo generale del tè.  Spero di darvi info interessanti da ripensare ad ogni nuova tazza.

Detto questo scusateci ancora e buon proseguio.

NDMorgan: non posso biasimare Andi che ha deciso di interrompere il silenzio scusandosi per l’assenza, anche se in realtà non è una cosa professionale da fare (ma d’altronde noi non siamo professionisti, no?). In effetti, complici gli esami e il caldo – che certo non si può combattere con tazze di tè fumante – non sto prestando molta attenzione al lato teinoso della vita. Se a questo aggiungete il fatto che nell’ultimo mese a casa sono finite in frantumi non una, ma ben due teiere, capirete lo sconforto. Tengo a precisare che la rottura di entrambe le teiere è da attribuire alla colpa inequivocabile e incontrovertibile di Giepi. Approfitto per un consiglio estemporaneo che riguarda anche il tè, o meglio, le teiere e il vasellame: non lasciate mai oggetti in bilico nello spazio tra due lavelli. non può venirne niente di buono. CAPITO GIEPI?
Un’altra cosa che mi ha trattenuto dallo scrivere è stata la mancanza, in casa nostra, di una macchina fotografica per scattare le foto ai nostri tè e alla nostra modesta attrezzatura (ancora più modesta dopo il passaggio a miglior vita delle due teiere), se ve ne avanza una mandatecela pure!

Memoir di Viaggio: parte prima

Questo articolo che segue è la cronaca del mio viaggio in solitaria verso Darjeeling. Essendo stato scritto in marzo per un viaggio avvenuto a Novembre, la forma più adeguata è ovviamente quella del memoir. Per altri accenni di vita indiana, il Gempo Bifronte, il mio moribondo blog può darvi qualche altra pennellata che spero gradita. Vogliate scusarmi se talvolta indugerò in particolari che potrete ritenere inutili, ma tale è la mia umana natura che mi porta a credere che qualsiasi cosa io reputi degna di menzione lo sia davvero.
Golden Tips


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La menta ed il tè

Un altra cosa che cerco di non farmi mai mancare a casa  (oltre al tè) è un vasetto con una piantina di menta.

E’ stato un approccio un pò particolare per il mio gusto ma sicuramente anche mlto piacevole.  Ricordo il cuoco, in un ristorante dove lavorai, che d’estate per sopportare le temperature della cucina e dissetarsi per bene preparava delle belle bottiglione di infuso di limone, menta e zucchero che ci dava energia a volonta.

Un giorno, al posto del solito infuso, fece lo stesso con un tè nero che si riportò dal Marocco (mi son scordato di dirvi che è di origine marocchina). Mise a bollire l’acqua dove buttò ad infondere il tè  (una sorta di gunpowder, credo, perchè era un tè a palline nere piccolissime) e delle foglie di menta, poi lo lascio li qualche minuto. Infine, filtrato in una bottiglia di vetro, ci mise dentro un paio di rametti di menta e lo lasciò li a raffreddare.

 

 

E’ stata una cosa buonissima, davvero dissetante e anche col limone non era niente male… con le temperature in cucina non potevo chieder di meglio… tanto che subito dopo mi regalo’ una busta di quel tè e un vasetto in cui aveva trapiantato la menta di casa sua (che ancora conservo stretta perchè emana un odore fortissimo rispetto a quelle che si trovano spesso)…

Da lì ecco che d’estate (e qualche volta, anche se di rado, d’inverno) mi preparo delle belle tazze col tè nero dell’occasione e la mentina che tengo sul balconcino. Buonissimo anche caldo ma se il tempo c’è me ne preparo anche un po di più che metto da parte e bevo con calma.

Che dire, ve lo consiglio assolutamente soprattutto se vivete nelle grandi città dove l’afa d’estate diventa molto pesante…..

Introduciamoci: Parte Prima

Il tè, seconda bevanda del mondo dopo l’acqua, è oggigiorno ubiquamente presente nei mercati sotto migliaia di diverse etichette e varietà. Se non ne avete mai avuto modo di approfondire questo argomento, potreste trovare piacere nell’averne una breve, per quanto scritta da un neofita qual io sono, introduzione.

Se doveste pensare alle tipologie di tipi di tè esistenti, probabilmente vi rifareste a quanto dettato dall’esperienze passate di bustine Twinings e Eraclea presi al bar con nomi esotici e probabilmente direste “tè alla vaniglia, al limone, al cioccolato, al ginseng”. I più smaliziati e quelli che più si sono fidati dei prodighi consigli di erboristi di zona e vicine alchimiste probabilmente direbbero “il tè nero e il tè verde, che fa tanto bene per la circolazione e rende immortali”.
La verità è che i famosi “tè alla vaniglia” e “tè al cioccolato” altri non sono che polvere di tè riempiti  di aromi industriali responsabili dei sapori finali, la polvere invece si occupa della colorazione dell’acqua. Un pallido riflesso violentato di quello che il tè ha come sua sapore (e odore) potenziale. E purtroppo, acquistare tè in fama di essere “pregiati”, come quelli Twinings, non aiuta visto che di pregiato non hanno assolutamente nulla.
Il consiglio che mi sento di darvi è, se la vostra conoscenza è scarna e possibilmente erronea, di seguirmi in questo breve excursus e perdonatemene facilonerie ed errori di esposizione.

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Chai… Masala Chai… Chai…

La seguente è una edizione riveduta di una delle mie memorie di viaggio indiane presenti sul mio blog


Uno degli errori nei quali mi ero autoindotto prima della mia partenza per l’India riguardava il tè.
Ahimè ero STRASICURO che nella terra che ne produce il 70% del mondo, ci fosse una cultura sviluppatissima in tal senso, con chissà quali istrumenti e varietà sconosciute all’exterieur.
Ne ero così certo che non mi sono portato neanche parte della collezione dei miei amati tè pensando di trovarne a quintalate in questa entusiasmante terra di Masala, cadaveri e mucche che non vengono fatte a cadaveri. Ed è così che senza oolong al gelsomino, neri alla rosa, verdi marocchini alla menta, lapsang souchong ed earl grey (e persino senza infusori) mi sono avventurato senza arte né parte nel subcontinente.

Mai errore fu più rimpianto.
Avevo avuto qualche sentore premonitore quando lessi che il tè in India come abitudine era stato introdotto dagli inglesi che volevano smerciare le più basse qualità, ma nonostante tutto avevo deciso di fidarmi e di viaggiare a carico leggero nella terra della Regina delle Colline. Appena arrivato mi fu subito offerto di bere del chai. O meglio il garam masala chai, il tè speziato. Mentre lo sorseggiavo, cominciati a rendermi conto che questo sarebbe stato l’unico tipo di tè che avrei mai bevuto durante il mio soggiorno. Sapevo che in India si beveva tantissimo tè. Ignoravo che in India si trova SOLO chai. Entrando nei (o meglio “nell’unico”, a onor di cronaca, qui non se ne trovano tanti) supermercati la situazione divenne ancora più chiara e tragica. Solo grandi, enormi pacchi di kili di tea dust, la polvere industriale di foglie, l’ultima qualità del prodotto della Camelia Sinensis.

Certamente, il chai non è un tè odioso. E’ bevutissimo, è fatto in modo diverso in ogni zona dell’India, variando rapporti e tipi di spezie, e fornisce al corpo una piccola percentuale di latte strabollito e quindi igienico, che male non fa. Ma il problema è che stufa molto velocemente. O almeno mi ha stufato parecchio velocemente. In Tunisia ho bevuto solo ed esclusivamente (a parte un po’ di genmaicha che mi ero portato) il caratteristico tè alla menta, e ne avevo pure sviluppato un certo gusto, che accompagnavo alle generose boccate di fumo aromatizzato alla mela delle shishe serale. Col chai non è così semplice.
Il problema è che il tè indiano è perfettamente indiano, ne rappresenta fedelmente l’anima ed i gusti.
E’ un tè che è semplicemente TROPPO!
E’ un tè bollito a lungo, tanto, troppo, come in un samovar, per strada e zuccherato pesantemente, con del latte (in polvere o meno) versato con abbondanza, e con tante spezie che coprono il sapore completamente. E’ un tè pesante, che si beve infatti in bicchierini piccolissimi, specialmente per me abituato a buttare giù oolong leggeri in megatazze da mezzo litro. L’unica variazione che ho conosciuto è stata quando dopo tante ricerche sono riuscito a trovare, a Delhi, mica chissà dove, un negozio da cui comprare del Darjeeling in foglie. Senza ovviamente avere la grazia di sapere se si tratti di first flush, second flush o altro, e vabbè, o di che qualità si trattasse.
Ma il chai, pur pesante e noioso, è un tè “vero”, amatissimo dalla gente, che lo beve in quantità considerevole spendendo circa 5 rupie per berlo per strada, 4 se nel treno fermi uno delle migliaia di chaiwala che camminano cantilenando “chai… garama chai…” con i loro termos di latta che altalenano in mano per tutta la giornata.
La loro voce che ripete sino allo sfinimento quelle parole è qualcosa che si è impressa permanentemente nella mia mente, come simbolo delle mie esperienze ferroviarie, aiutate dal fatto che spesso furono udite nella dormiveglia agli orari più improbabili. Vero è che per il tè è sempre ora.
Come ho detto, ogni zona lo prepara in modo diverso (a Delhi è più un misto, ma nel Sikkim ho notato la predominanza del cardamomo ad esempio) ma c’è comunque  da  notare una importantissima eccezione.
Nel Darjeeling, nella Regina delle Colline, dove viene prodotto il tè migliore di tutta l’India, lì anche il povero contadino ed il wala, quando si tratta di bere, si beano di tazze di puro Darjeeling (ovviamente). E vi assicuro che dopo due mesi in India, la vista di indiani che bevevano tè “liscio” mi ha lasciato alquanto sconcertato.
(Ed infatti erano nepalesi).

presentazione – andi

Ed eccomi qui anch’io, che sorseggiando un buon oolong del Darjeeling (preso dal buon Giepi durante la sua “scampagnata”) mentre scrivo le mie prime frasi su Teinomani…

Anche il mio approccio è nato in sincronia alle vicende di Morgan e Gempo e da qui è nata la mia/nostra grande passione per queste tenere foglioline che, una volta riscaldate con le giuste premure, regalano pause e momenti ormai immancabili alle nostre routine.

Anche la mia infanzia, come credo per la maggioranza, passò tra una tazza di ati o star, che disprezzavo un po’ perchè amarissimo (forse i tempi di infusione che ignoravo completamente), e una di lipton che pian piano si è insinuato facendo scomparire gli altri concorrenti.. Naturalmente non mancava la camomilla che sostituiva il tè se era gia sera.

 

E così passarono gli anni finché con Morgan non andammo in Irlanda e, come da tradizione, ecco che a lavoro si bevevano fiumi di tè (arrivavo anche a 7-8 tazze al giorno…) imparando anche quanto fosse buono col latte invece che col limone 😛

Ricordo con piacere anche il modo con cui ci fregava il cuoco per farcelo preparare a noi, tra cui un bellissimo indovinello:  lui  “What’s the letter between ‘s’ and ‘u’? – io “t?” – lui “yes please.. one sugar one milk!”

Ed io amareggiato dall’inganno andavo a prepararne per tutti 😛

E continuo’ cosi la scalata iniziata con l’earl grey di Marks & Spenser, che tutt’ora è uno dei miei preferiti (apprezzato in pieno anche puro ^^),  scoperto da Morgan in un libro. Passammo poi al gunpowder (che invece all’inizio non mi ispirava molto soprattutto per il passaggio al “puro”) e agli oolong che rappresentano la mia seconda preferenza dopo l’earl grey.

Venendo poi nella capitale le nostre esperienze non fecero che incrementare grazie alla facilità di reperire tè dei piu disparati. Conoscemmo Gempo e, insieme a lui, anche il piacere del tè in compagnia rivelandosi uno dei momenti piu piacevoli del tè soprattutto quando vengono a trovarci delle persone.

It’s my cup o’ tea

Da piccolo non bevevo il tè. Non perché non mi piacesse quell’intruglio di zucchero e TeAti, ma perché mi dimenticavo spesso della sua esistenza, infilato in quel piccolo scompartimento della cucina destinato alle cose che non si usano mai, come il bicarbonato e il pepe. Ricordo che ogni tanto, per cambiare la routine sempre identica dei pomeriggi, chiedevo che mi fosse preparato quando mi tornava all’ondivaga  mente di bambino la sua esistenza e che sorbivo, pieno di limone, guardando tassativamente Ranma su TMC nelle stesse tazzone enormi dove dopo tanti anni mi sono ritrovato a sorbire lentamente oolong al gelsomino e genmaicha.

Negli anni dell’adolescenza, a causa del mio odio per ogni cosa sia anche lontanamente frizzante, mi sono fatto conoscere come il ragazzo del tè freddo alla pesca (il mio preferito era quello San Benedetto… brr…), che bevevo in quantità industriali, specialmente d’estate come obbligato accompagnamento alle mie elaborate pizze. Ho ricominciato a bere tè caldo trasferendomi a Roma: lo studente che doveva vivere necessariamente economicamente e molto a casa si ricordò del bambino che guardava Ranma con una tazza fumante in mano. Fu così che incominciai a sperimentare ciofeche invereconde come il tè al limone di tale Sir Winston Tea e Twinings, con purissima acqua di rubinetto ad insaporire il tutto.

La svolta arrivò con l’arrivo del Buon Morgan dall’Irlanda, come mio coinquilino. In dote si portò dietro tanto tè nero, e mi innamorai subito dell’Earl Grey di Marks&Spencer, che infondevo prima col latte freddo e poi con l’acqua calda ritenendo che così il latte “prendesse il sapore” di bergamotto e che riempivo di zucchero. Ricordo che amai, anche se mi costò qualche tentativo, pure il White Tea della Whittard.

La prima collezione di tè miei e di MorganRaro scatto dei tè di morgan e giepi, maggio ’09. adesso ne abbiamo un po’ di più

A poco a poco cominciammo a sperimentare con il Gunpowder dei cinesi di Piazza Vittorio, nel quartiere orientale della capitale, e soprattutto facendo delle puntate ai vari Castroni, dove scoprivamo puntualmente nuove varietà. In poco tempo il tè smise di essere “alla vaniglia”, “al limone” o “ai frutti di bosco” e fui introdotto a verdi, oolong, bianchi, affumicati, pu-er ed anche ai tè più spuri, come il mio amatissimo Genmaicha col riso e di recente al kukicha.

Oramai il tè era diventata una passione tale che quando la mia università mi mandò a studiare per tre mesi a Nuova Delhi, colsi l’occasione per imbacarmi in un allucinante viaggio in solitaria sino alla fonte di grazia per i tè neri: il Darjeeling, dove passai una notte da una coglitrice di foglie di Camelia Sinensis e dal suo marito scalatore himalaiano professionista.

Tornando in Italia si è aggiunta l’amicale sperimentazione del Gong Fu Cha, la cerimonia cinese del tè che prepariamo con dei discreti PuEr donati da vari conoscenti di ritorno dalla Cina, rendendo il rito del tè da solitario momento di piacere a conversazioni leggere con Morgan, Andi e quanti ospiti riusciamo a far sedere attorno al tavolo di legno semplice della nostra cucina e che ha visto scorrere su di sé più litri di tè che acqua.

Presentazione – morgan

I miei primi ricordi per quanto riguarda il tè sono quelli col limone che mia mamma e mia nonna mi preparavano quando stavo male. Erano ovviamente sempre dei tè in bustina delle famigerate marche Teati, Star, Lipton… non ne andavo pazzo.
Credo che la prima svolta la ebbi mentre leggevo il libro “il salmone del dubbio” di Douglas Adams.  All’interno c’era un articolo su come fare la tazza di tè perfetta. Le istruzioni erano dettagliate, e Adams scriveva in un modo irresistibile. Volevo provarlo anche io, ma mi mancavano cose fondamentali, a partire dalla teiera, e soprattutto la materia prima: Adams consigliava assolutamente l’Earl Grey di Marks&Spencer. Dato che di Marks&Spencer non ce n’è nemmeno uno in Italia, non potevo fare niente.
Un’altra tappa fondamentale fu praticamente casuale: alla fine del 2006 un parente, di ritorno da un viaggio di lavoro in Inghilterra, portò in casa una scatola di tè bianco in bustina della Whittard of Chelsea. Me ne innamorai. Lo bevevo quasi tutti i giorni. Dopo un po’ mi decisi e ordinai altri tè Whittard dal loro sito internet. I tè erano: Altro tè bianco, del tè verde Sencha, Ceylon e Oolong. L’Oolong mi piacque particolarmente. Comprai una teiera e delle tazze. A quel tempo ero ancora abituato a bere il tè con lo zucchero. Sì, perfino il tè bianco. Fortuna che il tè era comunque quello di qualità commerciale della Whittard, per giunta in bustina… perciò lo spreco non fu troppo grave 🙂
Altra tappa del mio viaggio nel mondo del tè: una stagione di lavoro in Irlanda, insieme ad Andi. In Irlanda i Marks&Spencer ci sono, perciò riuscii ad acquistare il tanto agognato Earl Grey. Che dire, era buono! Preparato come il buon Douglas consigliava, scaldando bene la teiera, usando acqua BOLLENTE (e non “bollita”) con zucchero e con un goccio di latte (alla faccia di chi vuole sposarlo solo con il limone). Cominciai a sperimentare con le marche irlandesi di tè sfuso in foglie, comprando due miscele di Barry’s Tea (la Classic e la Green), con risultati alterni in quanto a gusto.
Più avanti, sempre in Irlanda, mi ritrovai con una coinquilina cinese, che, come ogni stereotipo di cinese, beveva sempre il tè. Il tè che beveva non l’avevo mai visto prima. Era un tè verde, arrotolato in piccole palline che con l’acqua calda si aprivano e rivelavano le foglie intere (mesi dopo scoprii il nome di questo “misterioso” tè… se non l’avete capito, era un semplicissimo gunpowder!). Un giorno le offrii di bere un po’ del mio oolong. Non vi dico la sua reazione quando mi vide versarci dentro dello zucchero… anzi, ve la dico: “WHAT ARE YOU DOING?!?” … Da quel momento, sotto la spinta di diventare un vero cinese, cominciai a bere il tè senza zucchero.
Col mio arrivo a Roma, ormai più di due anni fa, mi si è aperto un mondo. Roma è un ottimo posto per un teinomane, con diversi negozietti che vendono tè pregiati, e ogni tè nuovo assaggiato aggiunge sia esperienza sia voglia di provarne altri. Nel frattempo ho spulciato siti internet, letto libri e sperimentato un sacco con le infusioni. Ovviamente la compagnia di andi e giepi è stata essenziale: il piacere del tè raddoppia quando c’è qualcuno con cui condividere questo infuso profumato.
Basta, la presentazione vorrei farla finire qui. Anche se mi sembra di aver scritto tanto, mi rendo conto che quello che ho scritto non è altro che un “pronti, via!” all’esplorazione del mondo del tè. Centinaia di tazze sono state bevute, altre migliaia ne verranno. Spero che in questo blog troverete buona compagnia.