It’s my cup o’ tea

Da piccolo non bevevo il tè. Non perché non mi piacesse quell’intruglio di zucchero e TeAti, ma perché mi dimenticavo spesso della sua esistenza, infilato in quel piccolo scompartimento della cucina destinato alle cose che non si usano mai, come il bicarbonato e il pepe. Ricordo che ogni tanto, per cambiare la routine sempre identica dei pomeriggi, chiedevo che mi fosse preparato quando mi tornava all’ondivaga  mente di bambino la sua esistenza e che sorbivo, pieno di limone, guardando tassativamente Ranma su TMC nelle stesse tazzone enormi dove dopo tanti anni mi sono ritrovato a sorbire lentamente oolong al gelsomino e genmaicha.

Negli anni dell’adolescenza, a causa del mio odio per ogni cosa sia anche lontanamente frizzante, mi sono fatto conoscere come il ragazzo del tè freddo alla pesca (il mio preferito era quello San Benedetto… brr…), che bevevo in quantità industriali, specialmente d’estate come obbligato accompagnamento alle mie elaborate pizze. Ho ricominciato a bere tè caldo trasferendomi a Roma: lo studente che doveva vivere necessariamente economicamente e molto a casa si ricordò del bambino che guardava Ranma con una tazza fumante in mano. Fu così che incominciai a sperimentare ciofeche invereconde come il tè al limone di tale Sir Winston Tea e Twinings, con purissima acqua di rubinetto ad insaporire il tutto.

La svolta arrivò con l’arrivo del Buon Morgan dall’Irlanda, come mio coinquilino. In dote si portò dietro tanto tè nero, e mi innamorai subito dell’Earl Grey di Marks&Spencer, che infondevo prima col latte freddo e poi con l’acqua calda ritenendo che così il latte “prendesse il sapore” di bergamotto e che riempivo di zucchero. Ricordo che amai, anche se mi costò qualche tentativo, pure il White Tea della Whittard.

La prima collezione di tè miei e di MorganRaro scatto dei tè di morgan e giepi, maggio ’09. adesso ne abbiamo un po’ di più

A poco a poco cominciammo a sperimentare con il Gunpowder dei cinesi di Piazza Vittorio, nel quartiere orientale della capitale, e soprattutto facendo delle puntate ai vari Castroni, dove scoprivamo puntualmente nuove varietà. In poco tempo il tè smise di essere “alla vaniglia”, “al limone” o “ai frutti di bosco” e fui introdotto a verdi, oolong, bianchi, affumicati, pu-er ed anche ai tè più spuri, come il mio amatissimo Genmaicha col riso e di recente al kukicha.

Oramai il tè era diventata una passione tale che quando la mia università mi mandò a studiare per tre mesi a Nuova Delhi, colsi l’occasione per imbacarmi in un allucinante viaggio in solitaria sino alla fonte di grazia per i tè neri: il Darjeeling, dove passai una notte da una coglitrice di foglie di Camelia Sinensis e dal suo marito scalatore himalaiano professionista.

Tornando in Italia si è aggiunta l’amicale sperimentazione del Gong Fu Cha, la cerimonia cinese del tè che prepariamo con dei discreti PuEr donati da vari conoscenti di ritorno dalla Cina, rendendo il rito del tè da solitario momento di piacere a conversazioni leggere con Morgan, Andi e quanti ospiti riusciamo a far sedere attorno al tavolo di legno semplice della nostra cucina e che ha visto scorrere su di sé più litri di tè che acqua.

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